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...ancora sulle letture critiche nelle scuole

"Quella mattina,un rigido giovedì di gennaio, noi di classe 4°BLS ci accingevamo a riunirci nell’aula Magna del nostro istituto e, come di consuetudine in occasione di altri incontri, abbiamo preso a fantasticare e riflettere, strada facendo ( espressione oltremodo iperbolica, dal momento che l’aula Magna è separata dalla nostra classe da un tragitto di appena 10 metri ), sulla rappresentazione alla quale di lì a breve avremmo assistito; ci era stato puntualmente riferito che una generosa associazione culturale chiamata “I lettori portatili “ ci avrebbe “cantato” un testo estratto dall’opera de “Il minotauro” del drammaturgo tedesco Durrenmatt, il quale si era avventurato nella rivisitazione personale del mito di Teseo e il Minotauro: in che cosa, ci domandavamo dunque, potesse differire la trama del tedesco da quella del celeberrimo mito antico, che fin dalle scuole elementari eravamo abituati a mandare a memoria senza mai capire che cosa ci volesse insegnare veramente?

Appena fatto il nostro ingresso nella sala , tutto ci saremmo aspettati tranne che vedere una massa di alunni disposta a guisa di anfiteatro e con gli sguardi convergenti in un sol lido: lì, proprio in mezzo ai ragazzi, mi balzano agli occhi una schiera di figure imponenti, slanciate verso il cielo e di portamente fiero nonché sorridente, immagine potenziata dalle loro voci altisonanti e sicure – non so l’esatto motivo per il quale mi abbiate fatto da subito questa bella impressione, immagino per il fatto di riconoscere finalmente tra le ombre di una società alla deriva, obnubilata dall’ignoranza, degli occhi brillanti illuminati da vero entusiasmo per una passione che portate avanti con vigore; colgo inoltre questa parentesi per ringraziare tutti voi di cuore per l’opportunità e lo stimolo offerto a noi giovani, nonché per la constatazione dataci che, nonostante tutti noi siamo solo gocce nell’oceano, tuttavia impegnandoci e lavorando con diritto zelo possiamo lo stesso fare la differenza, a prescindere che le nostre azioni cambino il mondo o risultino essere solo dei semplici gesti di affetto verso gli altri: non per niente si usa dire che “ Dio è nella pioggia”… – . Sembrava quasi di vedere una moltitudine di bambini che, raccolti intorno a dei cantastorie, aspettassero in religioso silenzio ed entusiasti di esser deliziati con delle belle storielle: ed ecco che mi è balenata in mente la parola “ bambino “, ed “ innocenza “, nonché un calore rassicurante che avvolgeva già al primo passo nella sala.

Taciti singulti e flebili sospiri correvano sulla sala: persino i più recalcitranti verso questi momenti di incontro sembravano catturati nella tela di una vibrante magia.

Ecco, inizia il canto: le loro voci nette fanno fulminare ogni azione, movimento ed emozione del povero Minotauro fin nelle ossa; sono così abili da saper colorare le parole e dipingere con la voce nei minimi particolari l’ immagine tragica di questa bestia bipolare, drammaticamente modellata sul sinolo inscindibile di bestialità –smorzata da un sottile velo di innocenza- e ragione.

Poscia che la tragedia scorreva oramai rapida da alcuni minuti, sembrava evidente la presenza di netti punti di contrasto tra la “moderna edizione” del Durrenmatt e il mito classico: che cosa era cambiato? Di sicuro la modernità del tedesco ha segnato un netto cambiamento di paradigma, rappresentato dal fatto di esser riuscito splendidamente nell’ impresa di spostare la “cinepresa” del racconto, muovendola da Teseo al Minotauro. Ci è permesso ora di ripercorrere la vicenda dagli occhi del Minotauro e con una rinnovata sensibilità: Durrenmatt aveva ben compreso che talvolta il fallace e cavilloso metro di giudizio col quale vediamo la realtà ci porta a considerare chi ci sta vicino un mostro, semplicemente perché non abbiamo la possibilità di metterci nei suoi panni ed ammirare il mondo con i suoi occhi, con occhi della vittima –ah, quanto sarebbe migliore il mondo se solo ci sforzassimo di erigere dei ponti sulle acque tempestose del pregiudizio!-. La bellezza del testo che ascoltavamo giungeva direttamente dall’animo di Durrenmatt, che aveva saputo praticare una metamorfosi del minotauro: lo ha trasformato,agli occhi di tutti, da “mostro” a “monstrum” – l’accezione latina del termine, in quanto “vox media”, indicava semplicemente un qualcosa che stupisce e lascia col fiato sospeso per la sua intrinseca straordinarietà-. Il minotauro entra in scena con le cifre dell’innocenza, della fragilità che pervade ogni essere all’interno di una realtà ingiusta, della ragione fatta di istinti puri e naturali, e di una solitudine mascherata, ai suoi occhi, da tante immagini di suoi simili, divise da lui da un confine così labile, eppure così tanto intangibili! Ogni parola sembra innestare sempre più nella mente le idee di malinconia,sofferenza,ingiustizia, intolleranza e discriminazione, tutte emozioni suscitate da una creatura incolpevole e –orrore!- discriminata dal mondo dei “normali” solo perché incompatibile con un canone di normalià stabilito come oggettivo –paradosso!- da una “bestia” volubile ed incerta come l’uomo.

E già nella sala si era venuta a creare un’atmosfera di tensione e gli occhi di ognuno aspettavano di scoprire quale destino spettasse a questa bestia tesa nello sforzo titanico di entrare in sintonia con una realtà diversa che aveva preso come per dispetto ad intromettersi nel suo mondo pervaso da falsa armonia.

A cosa pensavamo, ascoltanto la storia, noi ragazzi? Probabilmente ci si chiedeva chi fosse il vero mostro: il minotauro o il labirinto? Di sicuro l’esiliato è tutt’altro che spietato come lo si crede tradizionalmente: è colpevole del solo fatto di essere venuto al mondo e la sua violenza è tale soltanto nel metro di giudizio umano, poiché egli interagisce semplicemente con la realtà così come la sua ragione naturale e limitata gli ha insegnato fin dal suo primo sospiro. La sua mente è obnubilata da una realtà fatta di cemento e specchi che lo inganna con i suoi lacci e gli preclude la via della libertà e della verità.

Allora, ci riconosciamo in lui?? Ci riconosciamo finalmente nella figura tragica di un minotaturo, oppure in quella di un “orlando furioso” che perde la ragione inseguendo una felicità ed una verità che appare vera ai suoi occhi, ma che in realtà risulta intangibile e porta solo ad errare? Il minotauro ci desta dal torpore e ci riporta a scoprirci creture impotenti in un labirinto fallace di illusioni.

Intanto assistiamo al Minotauro che diventa re, poi Dio e fulcro di quel mondo di immagini così stranamente -ma perfettamente- uguali che gli si “inchinano” sistematicamente: quanto è strana la realtà! Poeti come Tasso e Virgilio avevano già saggiato l’irrazionalità della natura che racchiude l’uomo in un inferno, ai suoi occhi paradiso: la nostra vita è controllata e soffocata da pregiudizi, da simboli, marchi,pubblicità, insipienza, conflitto; gli uomini, esseri dotati di così grande scintilla divina, la ragione, si ritrovano inconsapevolmente in realtà abitate da fantasmi. Tra infinite proiezioni nebbiose di noi stessi, che a noi sembrano varie facce di una stessa verità, ci troviamo nell’occhio di un ciclone che colpisce la diversità,le debolezze, la nostra vulnerabilità.

 E dunque, quando l’opera volgeva alla fine, mi sembrava di notare lo sforzo titanico della creatura nell’ affrontare e cercare coraggiosamente un contatto con Teseo; viene colpito: nasce in lui l’intolleranza, la chimera e il flagello dell’uomo!

Il Minotauro deve farsi banditore del risveglio dell’uomo, pare prenderci per mano e portare la nostra anima davanti al tribunale della nostra ragione, quasi ci volesse dire “abbiate il coraggio di elevarvi a qualcosa di migliore di questa condizione che io rappresento,  combattete contro questa vita ingiusta e fate sia che il mio sacrificio possa essere aiuto per non diventare voi stessi immagine di me”.

Quando secondo il mio umile parere, si pensa a Dio e lo si riconosce in veste di uomo canuto, barbuto e di tratti rigorosamente somatici occidentali, un uomo per il quale si deve tediare le proprie ore in messe domenicali votate a compiacerlo senza ricevere niente in cambio per gli “sforzi” fatti, e quindi si finisce per ODIARE tutto ciò che porta il marchio indelebile della religione e dei precetti morali –ho sentito gente gettare fango sulle “Confessioni” di Sant’Agostino, altre insultare un patriota come Mazzini solo per il fatto di aver amato un Italia libera sotto il segno di Dio-, ecco chiara la conferma che la nostra assillante società , stracolma di stereotipi,pubblicità e feste oramai secolarizzate e spogliate della loro vera essenza, ci ha stretto nei suoi lacci.

Siamo tutti un po’ minotauri, siamo tutti un po’ dei “truth-seeker”, ovvero dei cercatori del senso profondo e dell’essenza delle cose, la cui ragione è ottenebrata ed ingannata da immagini di se stessa riflesse all’infinito, che plasmano un’idea di realtà che la mente umana concepisce come auto-evidente e come uno schema ineludibile al quale sottomettersi. Durrenmatt ha voluto così suggerire compassione,simpatia,innocenza,intolleranza,diversità,odio, solitudine,malinconia,rabbia, poliedricità della realtà e molti altri termini che fulminavano dalle bocche di noi ragazzi dopo la rappresentazione.

Credo in realtà che serva un’ancora per sollevarci da questo nostro labirinto; credo che serva la fede in una strada; credo che serva eliminare la diversità e riscoprirci fratelli; credo che serva un Dio, dacchè non ci inganna e ci guida ad aprire i nostri orizzonti; credo che occorra rompere gli specchi, giacchè la realtà non è quella dei sensi, non è quella che vediamo ogni giorno, bensì è l’insieme di ciò che di più bello essa ci offre e che diligentemente estrapoleremo dalla realtà e raccoglieremo nell’animo, così da creare un mondo migliore in noi, un mondo più bello, più vero e più disposto ad aprirsi al bene e alla giustizia.

Durrenmatt ci ha chiamato tutti al dovere della consapevolezza e della sensibilità, lanciando un accorato appello che recita: lettor, s’or non piangi, ben merti pianger og’ora!

Romanò Leonardo"

 

Non aggiungiamo parole a queste di Leonardo, che ci colpiscono profondamente e - come quelle di Beatrice pubblicate in precedenza - gratificano i lettori da alcuni mesi impegnati in quest'attività presso le scuole superiori e stimolano la nostra associazione a lavorare sempre più per e con i giovani.